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Images at Sámos, Samos, Greece

Sure, our competitors will laugh. Let them laugh so hard that they cannot breathe.
Sure, our competitors will laugh. Let them laugh so hard that they cannot breathe.
Giorno quarantasettesimo. "Per favore, non tornare." Una strada in discesa non sarebbe la mia, non ce l'ho quindi con chi mi affatica, ma con ciò che mi annoia. Come ho fatto per tutta la vita, corro dietro ai matti, quelli che bruciano come fuochi artificiali e che sono gli unici ad interessarmi davvero. Li inseguo col pensiero sui loro aereoplani verso la vita di sempre, sui loro autobus sgangherati in giro per l'Europa nel tentativo di raggiungere gli zii nelle Fiandre, o piuttosto coi piedi, su una spiaggia sassosa a suon di ballate curde o palestinesi, tra un fico rubato e l'altro. Con loro ho rischiato l'arresto e l'insolazione, ma ho visto anche le stelle cadenti che ci eravamo promessi, un'eclissi di luna, un'alba e svariati tramonti. Mi hanno tolto il sonno, regalandomi in cambio un sacco di luce; al punto che ho paura di spenderla subito, una volta rientrata nei panni di sempre.

Ogni tanto viene la paura della solitudine a ricordarmi che anche questo sogno ha fatto il suo corso. Mentre egoisticamente penso che sarebbe bello se restassimo tutti, il dono più grande lo fa proprio chi augura agli altri il viaggio. Che l'isola è una prigione, lo sappiamo tutti, ed io la vedo pure nel suo miglior vestito - quello estivo.
È un macigno che piano piano diventa, in coscienza, la cosa giusta: lasciarsi liberi di andare e, quando possibile, ricostruirsi. Ed io, dove vuoi che vada? "Altrove." Già. Ma prima, in vacanza.
Giorno quarantasettesimo. "Per favore, non tornare." Una strada in discesa non sarebbe la mia, non ce l'ho quindi con chi mi affatica, ma con ciò che mi annoia. Come ho fatto per tutta la vita, corro dietro ai matti, quelli che bruciano come fuochi artificiali e che sono gli unici ad interessarmi davvero. Li inseguo col pensiero sui loro aereoplani verso la vita di sempre, sui loro autobus sgangherati in giro per l'Europa nel tentativo di raggiungere gli zii nelle Fiandre, o piuttosto coi piedi, su una spiaggia sassosa a suon di ballate curde o palestinesi, tra un fico rubato e l'altro. Con loro ho rischiato l'arresto e l'insolazione, ma ho visto anche le stelle cadenti che ci eravamo promessi, un'eclissi di luna, un'alba e svariati tramonti. Mi hanno tolto il sonno, regalandomi in cambio un sacco di luce; al punto che ho paura di spenderla subito, una volta rientrata nei panni di sempre. Ogni tanto viene la paura della solitudine a ricordarmi che anche questo sogno ha fatto il suo corso. Mentre egoisticamente penso che sarebbe bello se restassimo tutti, il dono più grande lo fa proprio chi augura agli altri il viaggio. Che l'isola è una prigione, lo sappiamo tutti, ed io la vedo pure nel suo miglior vestito - quello estivo. È un macigno che piano piano diventa, in coscienza, la cosa giusta: lasciarsi liberi di andare e, quando possibile, ricostruirsi. Ed io, dove vuoi che vada? "Altrove." Già. Ma prima, in vacanza.